Spine contro la Violenza e la discriminazione sulle donne.
Fai crescere anche tu la tua spina contro la violenza!
Argomenti diario
Presepe Medievale
Altra superidea, ma non sarà per questo Natale 2009! Eh no, per vedere le foto del presepe medievale dovrete attendere il natale prossimo, nel 2010. Ci siamo lavorando e non è facile, dal momento che è un lavoro lungo e molto impegnativo e soprattutto artigianale. Una volta realizzato, sarà messa in rete la procedura eseguita, le foto e i disegni 3d!
La conoscenza della botanica nel Medioevo, la sapienza femminile e il mito della Strega
Introduzione
Il Medioevo è stato un periodo in cui le conoscenze sulle piante si fermarono e quelle conoscenze che si erano accumulate nelle epoche precedenti furono gelosamente custodite nei cosiddetti “Giardini dei semplici”, ossia i giardini botanici dei monasteri dove i soli monaci avevano il “monopolio” delle conoscenze sulle piante e sui loro impieghi.
La conoscenza delle piante era riservata in quest’epoca ad alcune categorie del sesso maschile, specie per quanto riguarda l’uso e la conoscenza delle erbe medicinali. Alle donne, invece, questa conoscenza era moralmente e socialmente preclusa a causa dei luoghi comuni che hanno reso famoso questo periodo storico.
La donna non poteva curare pur avendo il sapere medico, un sapere tante volte maggiore di quello dei maschi, e la donna che aveva tale sapere era vista male dalla società, era la strega.
Di fatto ci si trova davanti ad un enorme paradosso, perchè mentre da un lato ci è pervenuta l’immagine di una donna condannata all’ignoranza totale, è più che mai noto quanto detto prima, ossia che la donna in molti casi dimostrava nella realtà dei fatti, nella vita quotidiana un sapere sulle erbe e le loro proprietà, i loro impieghi, assai maggiore di quello maschile. Nella realtà dei fatti era la donna il medico nella famiglia del popolo, nella piccola comunità famigliare e spesso anche in quella che era la comunità di un borgo o di una piccola città. Era la donna che sapeva riconoscere le specie medicamentose, quelle velenose e spesso sapeva anche diagnosticare quella che oggi è nota come intossicazione o avvelenamento, nei casi meno gravi. Non a caso la donna del Medioevo, si preferiva tenerla lontana dalle conoscenze mediche poiché secondo la mentalità dell’epoca, quelle conoscenze erano nelle sue mani un’arma pericolosa e infatti essa avrebbe potuto abusare della conoscenza delle specie velenose per curare una ferita all’animo orgoglioso di sè o di un’amica contro l’insulto di un cavaliere poco galante o di una pericolosa rivale. Il Medioevo da un lato è il maestro degli avvelenamenti e nella maggior parte dei casi operati da donne. In realtà quindi, la figura di una donna ignorante in tutto è più un mito, un’ombra che non realtà. La conoscenza di queste donne fu però duramente punita e lo vedremo nei paragrafi successivi, dove si riprenderà anche la tesi sulla strega di alcuni illuministi francesi e delle controparti clericali.
La conoscenza dimenticata
Il fatto che la donna, quell’essere immondo e portatore del peccato stando alla mentalità medievale, avesse più conoscenze in materia medica di un uomo, era per questi il peggior insulto pubblico e privato, un insulto che nemmeno la natura difendeva e che davanti ad essa era costante, perpetuo. Lo storico francese Michelet [1], nella sua opera La strega, spiega come la donna in ogni epoca fu in un certo senso la strega, la strega che condivideva le sue conoscenze con nessuno tranne sé stessa. Il Medioevo fu poi per la donna-strega quella che possiamo chiamare anche “Epoca dell’Oro” e al tempo stesso “L’Epoca del Terrore” perché mai come nel Medioevo la donna fu tanto protagonista e regista della storia, in ogni episodio ed in ogni ruolo, nel Bene e nel Male e mai fu tanto per questo perseguitata, condannata e giustiziata.
« Per le religioni, la donna è madre, amorosa custode e nutrice fedele. Gli dèi sono come gli uomini; le nascono e muoiono in grembo » dice il Michelet, «Quanto la fedeltà le costa! ». Contrariamente a quanto molti pensano, non fu la religione cristiana ad inventare la figura della strega, non fu nemmeno la Chiesa, né furono le religioni precedenti a quella cristiana; la vera Dea, si oserebbe dire, che generò la prima strega, fu l’Ignoranza, indipendentemente da chi la manovrasse. Ah questa Dea dai poteri veramente illimitati e sconosciuti, questa benefattrice tanto generosa, non dà mai torto a nessuno, accontenta tutti fin per il più piccolo umano capriccio, di lei c’è bisogno da sempre, perché senza di lei c’è la guerra, c’è astio tra torto e ragione, ma quando lei arriva anche se c’è il caos si sta bene, perché solo con il caos ormai da sempre può regnare la pace, una pace che però di fatto non esiste, la storia ha avvisato tutti: è una finta pace che non può durare per sempre.
Tuttavia dura tutt’ora e la sola creatura che in un qualche modo, a volte un po’ impacciato e confuso, lotta per venirne fuori, è proprio lei: la donna. La donna divinizzata, temuta, adorata di nuovo e poi di nuovo cacciata, sottomessa, respinta, condannata, bruciata su fascine nel nome di Dio perché strega, anche oggi a suo modo. Certo non possiamo fare un rogo oggi come settecento anni fa, non possiamo più appellarci a nulla per condannare la donna perché in un modo o in un altro è noto da secoli che ce la farà sempre. Invidia maschile? Diciamo che si tratta di un’invidia generale e senza volto, perché sia bella o brutta, ricca o povera, triste, felice o disperata, depressa, pazza, la donna rimarrà sempre un essere superiore nella società e proprio l’uomo che ha fatto di tutto per sottometterla da quando il mondo ha memoria, le è sottomesso e per un semplice ma fondamentale fatto: che l’uomo ha per sua natura un complesso di inferiorità che nel Medioevo ha raggiunto in Occidente la cronicità. Mentre fuori dall’Occidente cristiano, in epoca medievale, la donna socialmente e psicologicamente era un essere sottomesso, ma rispettato, nell’Occidente cristiano fu messa sotto una campana di vetro che aveva al suo interno il mondo e la donna poteva fare quindi di fatto tutto quello che le pareva e soprattutto anche sotto questa campana poté recuperare la conoscenza perduta, specie quella medica, quella delle piante. L’uomo cercò di precluderle la conoscenza, ma fu vano, perché essa trionfò e acquisì la conoscenza. Bastò sapere alla donna per essere etichettata, per essere strega e se per una religione era strega perché seguace di Bacco per un’altra religione come quella cristiana era strega perché era seguace del diavolo. Non è un caso che solo in Occidente siano stati consumati i roghi più grandi della storia.
Mentre in epoca classica la donna non era vista come una strega nel senso medievale del termine, ma come un’incantatrice, un’amante di rara bellezza che conosceva filtri e veleni di varia natura, nel Medioevo, « mille anni più tardi, la si caccia come fosse una bestia selvaggia, è inseguita agli angoli delle strade, umiliata, straziata, lapidata, piegata sui carboni ardenti. Non bastano i roghi al clero, né al popolo le villanie né i sassi al fanciullo, contro la disgraziata. Ma i crudeli processi mostrano il contrario. Molte morirono proprio perché giovani e belle » [2] e oserei aggiungere anche, perché sapevano.
« Dagli dèi antichi,» la strega « ha fatto degli dèi. Accanto al diavolo del passato, vediamo nascere in lei un diavolo del futuro. Il solo medico del popolo, per mille anni, fu la strega. Gli imperatori, i re, i papi, i baroni più ricchi avevano qualche dottore di Salerno, qualche moro, qualche ebreo, ma la gente di ogni condizione, e si può dire tutti, non consultava che la saga o saggia donna. Se non guariva, la insultavano, la dicevano strega. Ma in genere, per rispetto e paura insieme, la chiamavano buonadonna o belladonna [3], dal nome che si dava alle fate. Le capitò quel che ancora capita alla sua pianta prediletta, la Belladonna, e a benèfici altri veleni che usava, antidoti dei grandi flagelli del Medioevo. Il bambino, il passante ignaro, maledice quest'erbe grigie senza conoscerle. I loro colori ambigui lo colmano di terrore. Arretra, passa alla larga. Eppure non sono che "consolanti" (Solanee [4]), che somministrate con discrezione, hanno guarito spesso, calmato tanti mali. » [5]
Si vede ancora una volta la grande contraddizione di cui non solo la donna è vittima, ma anche la società, che però non fa nulla per combattere l’ignoranza che alita vita in questa contraddizione, un vero e proprio circolo vizioso. Probabilmente se nel Medioevo avessero lasciato la donna più libera di guarire e conoscere, innovare, ora la medicina sarebbe più avanti, ma il senno di poi ora è inutile, quel che è fatto è fatto.
Nel Medioevo coloro che per la società detenevano legalmente il sapere delle piante erano i monaci che usavano quelle erbe per curare i mali, le piaghe, per quanto riguardava le donne era meglio che esse ignorassero. Ma in realtà cosa dovevano esattamente ignorare se proprio in un’epoca come il Medioevo, alla pari di oggi, la popolazione umana viveva quasi esclusivamente dei frutti della terra? Quesito sterile dal momento che mentre gli uomini in una famiglia contadina si occupavano dell’aratura e della preparazione del terreno, alla donna spettava più spesso di quanto si creda, il compito della semina e quindi essa doveva conoscere i semi e la pianta che ne sarebbe nata e siccome essa si occupava anche del raccolto, sarebbe stato un bene che avesse saputo distinguere la radice di una mandragora da quella di una carota che seppur diverse possono apparire ad un ignorante come casualmente diverse ma della stessa razza e nel primo caso il minestrone che ne sarebbe venuto fuori avrebbe potuto far vedere a chi l’avesse mangiato i demoni e i sorci verdi! Fare una selezione delle specie che la donna poteva conoscere o no era un lavoro che nel Medioevo nessuno ebbe mai in mente di fare perché era molto più comodo tenere una creatura pericolosa come una donna nell’ignoranza e nel caos piuttosto che cercare di fare chiarezza, che avrebbe portato solo danni e magari avrebbe spinto la donna ribellarsi. Finché la donna era ignorante si poteva tenere sottomessa senza troppi problemi. Qualora però il figliolo del buon contadino si fosse gravemente ammalato di un male ignoto o di un febbre troppo alta, a chi ricorrere se alla donna era stato dato il divieto di conoscere e se essa era ignorante? Al monaco? Era troppo lontano e il mulo del buon contadino era zoppo, non avevano i telefoni e quindi il figliolo era spacciato, sarebbe morto di febbri. Se invece la donna avesse saputo che intorno a casa, nemmeno troppo lontano, si trovavano le piante che guarivano la febbre forse il loro figliolo si sarebbe potuto salvare. Bisognerebbe essere stati nel Medioevo per avere davvero chiara la situazione in cui si trovavano davvero le donne in merito alla conoscenza delle specie botaniche medicinali.
Quello che è certo è che una conoscenza comunque dovevano averla, rudimentale e che veniva trasmessa oralmente di generazione in generazione, dal momento che la maggior parte della popolazione era analfabeta e le sole conoscenze scritte in materia di botanica si ritrovano negli erbari dei monasteri. Possiamo quindi notare che la conoscenza della botanica era qualcosa di precluso alla popolazione, specie alla componente femminile della popolazione almeno apparentemente perché di fatto si è detto prima che non era così.
Se nel Medioevo le donne in quanto streghe furono punite per le loro conoscenze di erbe mediche e bruciate sui roghi, furono ricompensate nel Rinascimento quando Paracelso bruciò a Basilea tutti i testi di medicina dichiarando di non sapere nulla e di dovere tutto il sapere medico proprio a loro: alle streghe, alle donne [6]. Fu un gesto folle, non ci sono dubbi, perché se egli avesse messo per iscritto le cosiddette conoscenze delle streghe, avrebbero dato a lui il merito magari di tante cose e scoperte innovative e il sapere medico non avrebbe subito un tale grave insulto, piuttosto sarebbe progredito e oggi forse avremmo maggiori conoscenze perché la tradizione orale era diventata scritta.
Il Trecento fu uno dei periodi storici che più che mai vide la caccia alle donne, la caccia alle streghe e volpi furono proprio degli ignoranti annoiati [7], sguinzagliati da altri ignoranti più annoiati di loro e si arrivò ad un punto tale da processare e condannare delle donne in massa. Si giunse così ad architettare di tutto per storcere loro le conoscenze proibite che avevano indebitamente acquisito magari con l’ausilio del diavolo, e si giunse a vivere in una epoca del Terrore. Dice Michelet « le imputate, se possono, prevengono la tortura e si uccidono. Remy, l'insigne giudice di Lorena, che ne bruciò ottocento, di questo terrore è orgoglioso. "la mia giustizia è tanto buona" dice "che sedici, arrestate l'altro giorno, non attesero, si strozzarono prima."» [8]
Michelet, ovviamente inasprisce molto le cose quando parla di Medioevo, ma bisogna anche considerare che Michelet è figlio dei lumi dell’illuminismo, quando la verità e le scienze trionfano e la sua visione vuole fare luce probabilmente su quello che secondo lui non era mai stato ammesso e detto. Egli stesso dice nell’opera La strega, « sulla lunga strada della mia "histoire", nei trent'anni che le ho dedicato, questa orribile letteratura di streghe mi è passata e ripassata spesso tra le mani. Prima ho esaurito i manuali dell'inquisizione, le asinerie dei domenicani ("flagelli", "martelli", "formicai", "fustigazioni", "lanterne", eccetera, sono i titoli dei loro libri). Poi ho letto i parlamentari, i giudici laici che a quei monaci si sostituiscono, e pur nutrendo disprezzo per loro, quasi li eguagliano in idiozia. Ne accenno altrove. Qui noto soltanto che, dal l300 al 1600, e oltre, la giustizia è identica. Eccettuata una breve parentesi nel parlamento di Parigi, sempre ed ovunque è la stessa feroce demenza. L'ingegno non conta. L'acuto de lancre, magistrato bordolese del regno di Enrico IV, all'avanguardia in politica, quando si tratta di streghe precipita al livello di un nider, d'uno sprenger, degli stupidi monaci del quattordicesimo secolo. » [9]
Egli ancora aggiunge: « è stupefacente vedere quei tempi tanto vari, quegli uomini di culture diverse non riuscire ad andare avanti. Poi si capisce bene che gli uni e gli altri furono impediti, di più, accecati, che il veleno del loro principio li rese ubriachi e selvaggi. Questo principio è il dogma di una radicale ingiustizia: "tutti perduti, per uno solo, non solo puniti, ma degni d'esserlo, guasti a priori e corrotti, morti a Dio ancor prima di nascere. Il poppante è un dannato". Chi lo dice? Tutti, persino Bossuet [10], un importante dottore di Roma, formula il concetto con precisione: "perché Dio permette che gli innocenti muoiano? Agisce secondo giustizia. Se non morissero dei peccati commessi, morirebbero comunque per la colpa originale" [11]. Questa enormità ha due conseguenze, in giustizia e in logica. Il giudice è sempre sicuro del fatto suo; chi gli compare davanti, non c'è dubbio, è colpevole, e, se si difende, ancora di più. La giustizia non deve faticare, rompersi la testa, per distinguere il vero dal falso. Si parte sempre da un partito preso. Il logico, lo scolastico non sottopone l'anima ad analisi, rendersi conto delle sfumature che vive non è affar suo, ne ignora la complessità, i contrasti intimi e i conflitti. Non ha bisogno, come noi, di spiegarsi come possa cadere a poco a poco nel vizio. Quanto riderebbe, scuotendo la testa, di finezze e cautele così, se fosse in grado di capirle! Quanta grazia gli darebbe allora il dondolìo delle orecchie superbe che agghindano il suo vuoto cranio! » [12]
Michelet condanna duramente l’idea di Bossuet, dal momento che un concetto del genere poteva essere applicato solo in un’epoca come il Medioevo, quando appunto il giudice era tanto convinto del fatto suo che una volta che aveva il colpevole davanti si fissava su di lui senza sforzarsi di cercare la verità, così una donna magari sorpresa a somministrare ad un malato un infuso ristoratore e febbrifugo sarebbe stata agli occhi di quel giudice come una perfida strega che somministrava una pozione ad un malato per rubargli l’anima. Il giudice non sapeva niente di piante medicinali né lo sapeva i giudici che lo affiancavano, ma poco contava, loro erano i giudici e loro avevano ragione, perché una donna non avrebbe mai dovuto conoscere le erbe, conoscere i rimedi, poiché secondo la mentalità dell’epoca il sapere femminile era il sapere diabolico. E poi come aveva quella donna acquisito le informazioni inerenti alle piante, al loro uso e alla loro attività se non dal diavolo o da una strega?
Inoltre Michelet, alla domanda: « A quando risale la strega? » dice «Rispondo senza esitare: ai tempi negati alla speranza. Alla profonda disperazione prodotta dal mondo della Chiesa. Senza esitare dichiaro: "la strega è il suo delitto". Non mi soffermo neppure un attimo sulle sue melliflue spiegazioni, che fingono di attenuare: "debole, leggera era la creatura, facile alle tentazioni. La concupiscenza [13] l'ha indotta al male". Come, nella miseria, nella carestia di quei tempi, come poteva quella passione traviare sino al furore diabolico? Se la donna innamorata, abbandonata e gelosa, se la ragazza scacciata dalla matrigna o la madre picchiata dal figlio (vecchi soggetti di leggende), se hanno potuto cadere in tentazione e invocare lo spirito maligno, tutto questo non è la strega. » [14]
Non erano infrequenti i casi in cui una donna conoscitrice di specie medicinali nel Medioevo fosse spesso chiamata nei casi in cui era necessario un filtro per richiamare a sé l’amato perduto o per punire un figlio violento e ovviamente a rimetterci non erano i clienti della donna chiamata poi strega, ma appunto lei stessa, la strega.
Non avendo mai messo nulla per iscritto è difficile dire a base di cosa fossero le pozioni e i filtri, probabilmente di solito erano le parti fresche o secche e triturate delle piante velenose delle famiglie delle Solanacee, delle Ranuncolacee per fare alcuni esempi.
Il Michelet aggiunge inoltre nella sua opera « per capire un po' meglio, leggete gli odiosi registri che ci restano dell'inquisizione, non negli estratti dl Llorente, Lamothe-Langon, eccetera, ma quel che resta degli originali di Tolosa. Leggeteli così come sono, nella loro tetra aridità, tanto spaventosa e feroce. Bastano poche pagine, per sentirsi agghiacciare. Vi prende un freddo crudele. La morte, la morte, la morte si avverte in ogni riga. Siete ormai nella bara, o in una piccola cella di pietra dai muri ammuffiti. » [15]
La strega, il medico e la Chiesa: la nascita della strega
Teoricamente condannata all’ignoranza e di fatto più sapiente di un medico, la donna dei secoli più cruenti del Medioevo divenne una strega, un’eretica perché spesso sosteneva di poter guarire e sistemare le cose quando ormai le speranze per un ferito o un malato erano finite e siccome nel Medioevo era ferma convinzione che anche le malattie e quindi le guarigioni fossero decise a livello divino, il fatto che una donna si mettesse in mezzo, era un’eresia, un’eresia che andava condannata e soppressa. Condannata all’ignoranza da un lato e libera di sapere dall’altro, la donna pagava in vero a caro prezzo e spesso con tortura e morte, la sua vera libertà.
Ma chi era la strega medievale? Dove viveva e cosa faceva? Chi si rivolgeva a lei?
« Quando appare, la strega non ha padre né madre, non ha figli, marito, né famiglia. È un mostro, un aerolito, non si sa da dove venga. Chi oserebbe, Dio, avvicinarla? Dove vive? Dove non è possibile, nei boschi di rovi, sulla landa, dove la spina, il cardo intrecciati, impediscono il passaggio. La notte, sotto qualche vecchio dolmen. Se viene scoperta, è l'orrore della gente a tenerla ancora isolata: è come circondata da un cerchio di fuoco ». [16]
Eppure, emarginata, isolata, cacciata e disprezzata, la strega è sempre prima del medico e sempre migliore nel dare le soluzioni, ma questo alla società dell’epoca non andava bene, niente andava bene. Per quei tempi avevano davvero tutto, ma non era mai abbastanza e così si scatenarono contro l’unico essere in grado di rendere migliori le cose, per rompere la monotonia. Una triste e reale, cruda e sanguinante ironia della sorte per la donna che è libera solo in un’utopia. A volte perfino nel Medioevo veniva detto alle donne di non pensare, di non sognare, che le fantasie erano un’istigazione diabolica. Se è così, se si potesse conoscere il pensiero di ogni uomo, rabbrividiremmo, perché potremmo scoprire la vera natura di esseri che all’apparire sono calmi, pacati, gentili e soprattutto hanno un forte carisma ma che in vero hanno probabilmente i peggiori intenti.
Nel Medioevo si arrivò al fanatismo del vivere e del morire, non si poteva vivere, la vita era una sorta di castigo, si sperava nella morte e soprattutto in quella che oggi tutti temono: la fine del mondo, mille anni, dicevano, poi sarebbe tutto finito, invece siamo ancora qui a raccontarci queste storielle, ormai noiose e prive di ogni fondamento, ma non importa, bisogna rompere la noia, ingannare l’attesa del grande evento in un qualche modo. Così se oggi si inventano storie e leggende sulla fine del mondo, un imminente cataclisma, nel Medioevo inventarono la strega, era più reale, più sicuro come capro espiatorio e soprattutto offriva una varietà di casi infinita, non si finiva mai di sbizzarrirsi su come costruire l’accusa, come smontare la difesa e di come punire la donna, questa eretica, questa pazza creatura che aveva ceduto anima e corpo al principe delle tentazioni. Non fu forse Eva a lasciarsi convincere, sedurre, stupida donna? Le sue figlie portavano la sua stessa condanna, il suo stesso marchio indelebile ed ereditario: la colpa di essere donne. Dio le disse che per la sua grave disobbedienza avrebbe sofferto e sarebbe stata sottomessa al maschio e così fu ma solo in parte, perché abbiamo visto come invece nella sua prigione fu libera, libera di fare tutto. Probabilmente nel medioevo calcarono parecchio la mano quando inventarono la strega andandosi ad appellare anche a questa storia della Genesi, il popolo sapeva come il mondo fosse stato creato e di come la donna fosse stata responsabile della cacciata, della tremenda punizione che tutti temevano ma che allo stesso tempo tutti desideravano per andare di nuovo in paradiso: la morte. Sfortunatamente si parla sempre di popolo, come se il popolo fosse un gruppo monosessuale, quindi fatto da soli maschi, invece il popolo era fatto di uomini e donne e bambini che si scannarono contro una donna: la strega.
![]()
Il medico dal canto suo ha tutto di guadagno e può avere di nuovo campo libero quando non c’è più la strega a fare le diagnosi e i rimedi per lui al suo posto, inoltre il medico gode anche di un certo rispetto, ha una vita sociale e soprattutto è protetto e non è temuto, anzi. Egli è stimato, ricercato dalle corti e dai re, dai papi e dai presbiteri e inoltre egli è studioso e quindi sa e poi soprattutto è un uomo, è un maschio e per questo semplice fatto è teoricamente migliore. Mai sovrani, papi o presbiteri avrebbero messo la loro pelle in mano ad una donna, ad una strega perché convinti che essa per un semplice e magari immotivato capriccio avrebbe potuto prendergliela e farci oscuri riti diabolici. Il medico inoltre era pagato, la donna che veniva chiamata strega invece lavorava in un certo senso gratuitamente, era la sua una forma di volontariato che come unico compenso chiedeva un tozzo di pane, forse un vestito, nulla di più. infine la strega era una donna ignorante e analfabeta, non aveva studiato e quindi cosa poteva saperne di malattie e rimedi? Se avesse saputo, il motivo era uno solo, ben noto a tutti anche se molti ricorrevano a lei per i mali di ogni genere, dal callo alla piaga, dalla depressione al veleno per il suicidio. Dal momento che la strega era una donna che si distingueva dalla massa perché sapeva e perché curava e soprattutto perché era manifestamente più libera, quindi meno sottomessa di quanto non la si faccia, e soprattutto più razionale (in un’epoca dove la razionalità era assente) di tutti, era più che ovvio per medici e chierici che essa era quello che era, sapeva quel che sapeva perché aveva stretto un patto col diavolo, la sapienza in cambio dell’anima e del corpo. Per quell’epoca si era convinti che la donna non avesse un cervello, non fosse dotata di intelligenza, paragonata ad un animale da addomesticare, quasi una gallina schiava di un solo gallo e costretta a covare e tenere dietro ai pulcini. Dicesi che la gallina è l’animale più stupido, è vero, nessuno è mai riuscito ad addestrare una gallina e per l’uomo questa era la donna: una gallina e visto che questa disgraziata doveva fare poche cose e quelle poche farle bene, come appunto covare e tenere dietro ai pulcini (i figli), la sua intelligenza non era richiesta e non era considerata, anzi, si pensava probabilmente che fosse inesistente. Di fatto il maschio medievale aveva scambiato una puledra selvaggia e indomabile per una gallina e tutti ben sanno che invece gli equini sono animali straordinariamente intelligenti anche se maledettamente testardi. Se per l’uomo la donna non aveva intelligenza, figuriamoci questa povera ignorantona se avesse frequentato una scuola quante risate, non era intelligente, non sapeva né leggere né scrivere e che figura ci avrebbe fatto se si fosse azzardata e mettersi in competizione con i maschi; la donne era ed è invece straordinariamente intelligente e soprattutto indomabile e in questi secoli del Medioevo, che le vietarono di sapere e conoscere, essa seppe e conobbe lo stesso e la sua sapienza divenne la sua condanna, il suo primo pericolo. Fu indomabile e testarda e pagò a caro prezzo la sua libertà. Inizialmente la strega è una donna come tutte le altre che inizia a sviluppare un proprio sapere all’ombra del medico. È inizialmente una donna di umili origini, giovane, è anche bella [17], sposata e frequenta la chiesa locale del suo paesino. Non ha ancora figli, teme che il suo grembo sia sterile, nella sua casa si occupa di pulizia, cucina, cuce, tesse e fila. È una donna di città, cerca di non attirare su di sé le chiacchiere della gente, parla poco col marito, non si interessa di quello che fa, non deve e non può; quando lui la desidera lo compiace anche se non se la sente, è sottomessa. Ha tanto da fare questa creatura che quando ha finito di lavorare prega e quando ha finito di pregare dorme e quando dorme in realtà è sveglia perché ha paura che il diavolo la tenti. Questa donna che apparentemente non ha pensieri, invece ne ha, perché anche solo chiedersi e programmare cosa fare tra i lavori di casa, a cosa dare la precedenza, è già un pensiero.
Michelet dice « se la vergine, la donna ideale, si elevava nei secoli, la donna reale contava pochissimo presso queste masse rurali, questo miscuglio di uomini e greggi. Miserabile fatalità d'una condizione che solo la separazione delle abitazioni riuscì a cambiare, quando presero abbastanza coraggio da vivere per conto proprio, in frazione, o coltivare terre fertili un po' distanti e costruire capanne nelle radure delle foreste. Il focolare isolato creò la vera famiglia ».
Passa il tempo, i tempi cambiano e comincia a diffondersi il fenomeno che vede formarsi delle abitazioni in periferia, nelle campagne, sulle colline, anche sui monti. Se le città si sono formate quando le abitazioni si stringevano sempre più ad un castello o ad una torre, ora il processo si inverte e la città è troppo piccola per tutti e così questa donna va col marito verso la periferia, in campagna o magari in una zona collinare dove costruiranno un nuovo nido, una nuova casa in legno e paglia. « Eccola a casa sua. Può essere pura e santa, finalmente, la povera creatura. Può concepire un pensiero, e sola, filando, sognare, mentre lui è nel bosco. Questa misera capanna, umida, piena di fessure, dove d'inverno soffia il vento, però, è silenziosa. Ha certi angoli oscuri dove la donna annida i propri sogni. Ora, lei ha. Ha qualcosa di suo. Il "fuso", il "letto", il "comò" [...], poi verrà il tavolo, la panca, o due sgabelli. Povera spoglia casa. Ma un'anima l'arreda. Il fuoco la rallegra; il bosso benedetto protegge il letto, e qualche volta gli mettono accanto un grazioso mazzetto di verbena. La signora di questo palazzo fila, seduta sulla porta, guardando qualche pecora. Non si può ancora comprare una mucca, ma verrà, c'è tempo, se dio benedice la casa. Il bosco, un po' di pascolo, qualche ape sulla landa, ecco la vita. Si coltiva ancora poco grano: un raccolto lontano è un raccolto insicuro. Questa vita poverissima, è però meno dura per la donna; non si logora, non si rovina, come accadrà con la grande agricoltura. Ha anche maggior tempo libero » [18]
Ora « lei è sola. Non ha vicine. L'orrenda vita malsana delle nere piccole città chiuse, lo spiarsi a vicenda, il pettegolezzo meschino, pericoloso, non esiste ancora. Nessuna vecchia viene la sera, quando il vicolo si fa buio, a tentare la giovane, a dirle che c'è chi muore d'amore per lei. Lei ha solo i sogni per amici, non chiacchiera che con le bestie o l'albero della foresta. Le parlano; sappiamo di che. Risvegliano in lei quello che le diceva sua madre, sua nonna, cose arcane che, nei secoli, son passate di donna in donna. E' l'innocente ricordo degli antichi spiriti della contrada, toccante religione di famiglia che, nella coabitazione chiassosa e caotica, fu senza dubbio debole, ma ritorna e frequenta la capanna solitaria ». [19]
Le stagioni tornano a cambiare, si alternano ancora, passano i mesi e la donna ora ha un lavoro in più insieme al marito, coltivare la terra. Il terreno ovviamente non è loro, ma del signore e loro hanno diritto solo ad una minima parte di questo raccolto che quell’anno è anche scarso. La vediamo tenere dietro ad un piccolo orto, anch’esso del signore e anche di questo solo una minima parte potrà essere tenuta. Un giorno sta raccogliendo delle foglie che metterà nel cesto destinato a lei ed al marito ed ecco che vede una radice che non aveva mai visto prima. Sarà velenosa? Si chiede, la coglie, che forma strana ha questa radice, sembra un uomo [20]. Non sa che pianta sia, la prende e la porta in casa. Data la forma, pensa ingenuamente che sia forse una pianta che aiuta a concepire, è a forma di uomo del resto. Ormai questa donna sta invecchiando, anche se ha meno di trent’anni e non ha ancora dato un erede al marito, un figlio o una figlia ed è tanto il desiderio di compiacere il marito e anche il bisogno di essere certa di non essere sterile che anche a costo di rischiare la vita mangia un pezzetto della radice e nasconde gelosamente il resto. Il marito torna a casa dopo una lunga giornata faticosa, ha le vesciche nelle mani e nei piedi per il continuo picchiare la zappa nel terreno, è sudato, sporco, ma non ha acqua per lavarsi. È estate e vicino a casa c’è un fiumiciattolo dove va a sciacquarsi e la moglie lo va a coprire infreddolito e lo fa entrare. Adesso quest’uomo è pulito, ma le piaghe gli fanno male, lo rendono nervoso, isterico e la moglie non sa che fare per alleviare il suo male. Ricorda allora della pianta che ha trovato al mattino e pensa che forse se anche il marito ne mangia starà meglio, potrebbe data la sua forma essere una pianta che cura tutti i mali dell’essere umano. Il marito ne mangia un pezzo, senza fare troppe domande, senza sapere di cosa si tratti e pensando che forse starà davvero meglio, ma il sospetto gli viene anche se la moglie gli ha dato la radice ingenuamente o come arriverà a pensare poi questo ignorante, con una falsa ingenuità. Poco dopo il dolore svanisce perché ha inizio un prurito peggiore: il desiderio carnale e desidera la moglie. Lei timidamente si concede a lui, facendosi il segno della croce prima e chiedendo a Dio di darle un figlio. Da quel giorno passa del tempo e al giungere della nuova luna la donna si accorge di non avere più le sue regole [21], il suo corpo è più grasso, il seno più pesante e sodo, è finalmente incinta! Lo dice al marito che gioisce tutto contento e lo dice agli altri. Viene poco tempo dopo, quando ormai la gravidanza di questa donna è evidente, una delle sue amiche di città e le due si confidano. L’amica confida di non riuscire ad avere un bambino e che il marito ce l’ha con lei per questo e la donna, questa sciocca, le confida a sua volta di aver trovato una pianta strana, una radice e di averne mangiato un pezzo e che quella sera di averne dato al marito per alleviargli un altro male, sempre quella notte confida di essersi concessa al marito e da lì di aver concepito. Capisce che probabilmente la pianta ha il potere di dare fertilità e ne dà un pezzo all’amica. Questa ringrazia timidamente e poco tempo dopo, quando ormai l’amica è in procinto di partorire, torna per dirle che la pianta ha funzionato e che anche lei ora aspetta un bambino quando il medico del prete aveva detto che era sterile. La voce si sparge e presto altre donne si recano da questa, segretamente dai loro mariti per avere un pezzettino di questa pianta, in cambio portano cibo, alcune sementi e qualche vestito per il bambino che è nato. Il tempo riprende il suo corso, e nel frattempo però la terra si è impoverita e non da più frutti, è la carestia, è la fame. Il figliolo di questa coppia si è ammalato di febbri e morirà. La donna torna nell’orto a cercare qualche pianta che abbia la capacità di togliere la febbre e la tosse del suo bambino. Cerca, cerca e poi trova un’altra radice che sta sotto ad un bel fiore con le foglie simili a quelle della malva, raccoglie la radice, raccoglie alcune foglie di malva e di menta e le porta in casa, va a prendere dell’acqua e la mette in un pentolone sul fuoco, la fa bollire e vi getta dentro tutto e poi quando vede formarsi una schiuma toglie il piccolo calderone e con un telo posto sopra ad un calice versa il contenuto e lo dà da bere al bambino che obbedisce, starà meglio e guarirà. Tornano le amiche della donna, anche loro coi figli ammalati e anche stavolta la donna darà la pianta per medicare.
In tal modo si vede come sempre più la figura del medico diventa marginale e la donna lo sostituisce, quando il fenomeno però diventa troppo evidente cominciano i sospetti prima dei medici e poi dei chierici e infine della gente stessa.
La donna e lo spirito del focolare
Michelet parla del focolare domestico isolato come del luogo dove la donna in un certo senso, secondo l’immaginario popolare medievale, rincontra lo spirito del focolare, quello spirito che ha diversi nomi a seconda delle mitologie e che nella tradizione cristiana però rappresenta il diavolo. Nei primi secoli del Medioevo, le popolazioni cristianizzate in un certo senso non avevano in vero abbandonato le tradizioni dei loro padri e quindi si ritrovano ancora oggetti riferibili alla religione pagana, quella celtica o quella romana, ci fu un periodo in cui erano presenti sacro e profano al contempo. Nella religione celtica e nelle sue tradizioni gli spiriti spesso anche noti come Popolo fatato o folletti, quelli che prima del Cristianesimo erano gli dei della terra. All’alba del Medioevo però quando si gridò « Il grande Pan è morto » [22] la gente capì che era tutto finito. I folletti e le altre creature dell’immaginario e delle tradizioni, delle mitologie scomparvero rintanandosi dietro al focolare o dietro l’orecchio di un gatto in attesa delle streghe. Questo spirito del focolare che nella tradizione cristiana medievale è il simbolo del diavolo attenderà il momento per avere la sua vittoria a discapito di una creatura che se pur intelligente più dell’uomo, è ingenua ed è facile approfittarsene poiché soffre anche più del maschio e inoltre è più divertente, come dice Michelet, vedere la sua resistenza fino al cedimento, alla disperazione. Ecco da cosa nacque anche la strega: dalla disperazione propria e del popolo, della gente.
Michelet per parlare della disperazione e di come nacque la strega parte con un esempio come quello precedente, descrivendo una situazione come se fosse reale. Prima l’esempio descritto era molto simile a quello di Michelet ed ispirato al suo stile, ma l’autore parte nella sua opera da un altro esempio, quello dello Ius primae noctis che contrariamente a quanto si pensa era reale, anche se alcuni sostengono che fosse il mito creato contro la tassa del maritagium. Da quanto dice invece Michelet sembra che anche il diritto dello Ius primae noctis esistesse davvero e « i posteri faranno difficoltà a credere che, presso i popoli cristiani, la legge abbia realizzato quello cui non arrivò mai nella schiavitù antica, abbia messo per scritto come diritto l'offesa più sanguinosa capace di straziare il cuore dell'uomo. » [23] « Il signore ecclesiastico, e il signore laico, hanno questo sporco diritto. In una parrocchia nei dintorni di Bourges il curato, signore, pretendeva esplicitamente l'iniziazione della sposa, ma in pratica tendeva a vendere al marito per denaro la verginità della moglie. È troppo facile credere, come hanno fatto, che quest'offesa fosse formale, mai reale. Il prezzo fissato in certi paesi, per esserne esentati, superava di gran lunga le possibilità di quasi tutti i contadini. In Scozia, ad esempio, volevano "diverse mucche". »
« Un'enormità, impossibile. quindi la poveretta era in balìa. Del resto, i fori del béarn affermano a chiare lettere che il diritto veniva riscosso in natura: "il primogenito del contadino è presunto figlio del signore, poiché può essere opera sua". Tutte le leggi feudali, anche senza citare quella, obbligano la sposa a salire al castello, a portarvi le "pietanze di matrimonio". Com'è odioso obbligarla ad avventurarsi così, esporre la povera creatura all'arbitrio di quell'orda di scapoli, impudenti e scatenati. Ricostruiamo la vergognosa scena. Il giovane sposo accompagna al castello la sposa. Figuratevi le risate dei cavalieri, valletti, i lazzi dei paggi intorno a questi disgraziati. "la presenza della castellana li terrà a freno?". Neanche un po'. La dama, che i romanzi vogliono farci
credere tanto delicata, ma che comandava gli uomini in assenza del marito, giudicava, puniva, ordinava torture, che teneva legato lo stesso marito con i feudi della sua dote. Questa dama non era affatto tenera, specie con una serva, che forse era bella [...]. Non si opporrà alla farsa, allo svago che si prendono su quest'uomo tremante che vuole riscattare sua moglie. Prima mercanteggiano, si divertono a torturare il "contadino avaro", gli succhiano fino all'ultima goccia di sangue. Perché accanirsi tanto? Lui, vestito come si deve, onesto, perbene, è qualcuno nel villaggio. Lei è gaia, casta, pura, lei lo ama, ha paura e piange. I suoi begli occhi chiedono grazia. ecco perché. Il poveretto offre inutilmente tutto quello che ha, anche la dote. »
Dicono a questo giovane sposo « "villano geloso, lugubre villano, non la mangiamo la tua donna, stasera te la renderemo, e per colmo d'onore, grossa. Ringrazia, eccovi nobili. Il tuo primo figlio sarà barone." Si affacciano tutti alla finestra, a guardare questa figura grottesca, di morto in abito da nozze. le risate lo inseguono, e la rumorosa canaglia, fino all'ultimo sguattero, dà la caccia al "cornuto". Quest'uomo sarebbe crepato. Torna a casa solo. È vuota, questa casa desolata? [...] Ritorna, la poverina, pallida e disfatta, ah, in che stato. Si getta in ginocchio e gli chiede perdono. Allora il cuore dell'uomo scoppia. Le getta le braccia al collo. piange, singhiozza, ruggisce che ne trema la casa. Ma con lei torna Dio. Per quanto abbia sofferto, lei è pura, innocente e santa.» [24]
Un episodio del genere oggi farebbe scandalo e se ne parlerebbe per dei mesi, aprirebbero migliaia di blog e interventi, notiziari e telegiornali calcherebbero la mano molto più di quello che arbitrariamente facevano i cronisti del Medioevo. Un episodio del genere non faceva ancora toccare nel Medioevo la disperazione, non scatenava la tremenda vendetta, oggi si arriverebbe invece facilmente alla vendetta privata.
Ancora, in episodi del genere è difficile anche però credere che un uomo o anche solo la donna che ricevesse tale insulto non fossero disperati, l’amore in quel caso poco poteva per questi due disgraziati, umiliati, privati anche della loro dignità di esseri umani. Sia la donna sia l’uomo avrebbero potuto facilmente allora lasciarsi andare e se la donna avesse avuto una qualche amica o lei stessa avesse avuto qualche conoscenza in ambito in piante, specie quelle “consolanti” (le Solanacee) ne avrebbe volentieri fatto uso, quelle piante l’avrebbero consolata, perché staccavano la mente dal corpo e dallo spirito, davano un’estasi che tante volte era necessaria per dimenticare, in breve si creava anche una sorta di dipendenza fisica e psichica, ma non importava. Solo perché non avevano ancora scoperto l’uso improprio della Cannabis, non significa che non avessero anche loro le loro sostanze stupefacenti o ricreative, nel Medioevo. Nell’articolo del sito sulla Belladonna e le piante delle streghe se ne parla.
Quando la donna diverrà strega invece sarà lei a dare ad altre creature disperate, umiliate, queste piante “consolanti” e velenose.
Ma andiamo per gradi, la donna è tornata a casa, umiliata e chiede perdono pur non avendo colpa alcuna, il marito la perdona. Il tempo passa, « un giorno che la povera donna, in assenza del marito, ne aveva ancora subite, ravviandosi i lunghi capelli, piangeva e diceva ad alta voce: "santini di legno, che serve fargli voti? sono sordi? troppo vecchi? Perché non ho uno spirito protettore, forte, potente (cattivo, non importa)? li vedo, di pietra, sulla porta della chiesa[25]. Che ci fanno? Perché non vanno a casa loro, al castello, a prendersi, a bruciare quei peccatori? Ah, la forza, la potenza, chi potrà darmela? Mi darei io in cambio. povera me, che darei io? Cos'ho io per darmi? Nient'altro. Al diavolo il corpo, al diavolo l'anima, ormai è cenere. » [26]
In questi passi si vedono i primi segni di disperazione, di cedimento e il ricorso allo spirito è segno che l’Europa medievale per quanto cristiana, aveva ancora radici pagane. Lo spirito, la creatura del focolare compare “magicamente” alla donna e le offre la possibilità di diventare meglio « della signora lassù. Lei ha impegnato la sua anima al marito, all'amante, ma la offre ancora intera al paggio, un bamboccio [...] » [27]
Lo spirito rivela la sua identità « Io sono il genio del focolare. » [28] e la incanta con le parole, le sole parole per dirle che Dio non può pensare a tutto e che lascia ai geni il compito di occuparsi delle piccole cose e le promette « “ Dunque, tuo marito sarà ricco, tu potente, e avranno timore di te. [...] Tuo marito, povero, meritevole lavoratore, si ammazza di fatica e non guadagna niente. [...] Mi spiace per lui. Non ne può più, sta per crollare. Morirà come i vostri bambini, già morti di miseria. L'inverno scorso è stato malato. E il prossimo? Allora, lei si nascose il volto tra le mani, pianse, due, tre ore, anche di più. quando non ebbe più lacrime (ma in petto ansimava ancora) lui le disse: "non voglio niente. Soltanto, ti prego, salviamolo". Lei non aveva promesso niente, ma da allora fu sua.» [29]
« Il signore, che ha portato con sé un sogno dall'oriente, non fa che desiderarne le meraviglie, armi damaschinate, tappeti, spezie, cavalli preziosi. Ci vuole oro. Quando il servo porta il grano, lo respinge col piede. "non basta; voglio oro." Quel giorno il mondo è cambiato. Prima, fra tanti mali, c'era, una sicurezza innocente. Buon'annata, mal'annata, il tributo era legato al corso della natura e alla quantità del raccolto. Se il signore diceva: "è poco", si rispondeva: "monsignore, Dio non ha dato di più". Ma con l'oro, perdinci, come si fa? [...] Dove scavare la terra per sottrarle il suo tesoro? Ah, se ci guidasse lo spirito dei tesori nascosti[30]. Mentre tutti disperano, la donna del folletto sta già seduta sui suoi sacchi di grano nel paese vicino. Sola. Gli altri, in paese, ancora discutono. Vende al prezzo che vuole. Ma, anche quando arrivano gli altri, va tutto a lei. Con lei nessuno mercanteggia. Suo marito, prima della scadenza, porta il tributo in buona moneta sonante all'olmo feudale. » [31]
Lei « É triste, ha paura. Macché pregare la sera. L'agitano strani pruriti, che le turbano il sonno. Le appaiono strane figure. Quello spirito così piccolo, tanto caro, sembra farla da padrone, aver preso coraggio. È inquieta, indignata, vuole alzarsi. Rimane a letto, ma si lamenta, le pare di essere in potere altrui, pensa "non son più padrona di me". "finalmente" dice il signore "un contadino ragionevole, che paga in anticipo. Mi piaci. Sai contare?" "un po'." "bene, terrai tu il conto di tutta questa gente. Ogni sabato, seduto sotto l'olmo, riscuoterai il loro denaro. La domenica, prima della messa, lo porterai al castello." Che cambiamento! Alla donna batte forte il cuore quando, sabato, vede il suo povero contadino, questo servo, sedere da piccolo signore all'ombra del signore. L'uomo è un po' stordito. Ma poi si abitua; si dà un po' di tono. Non c'è niente da ridere. Il signore vuole che lo rispettino. Quando è salito al castello, e gli invidiosi hanno accennato a ridere, a fargli qualche scherzo: "vedete quel merlo?" ha detto il signore, "non vedete la corda, ma è pronta. Il primo che lo tocca, lo sbatto là, lungo e disteso." Le parole corrono, di bocca in bocca. e stendono intorno a loro come una cortina di terrore. Tutti gli fanno tanto di cappello. Ma si fanno da parte, quando passano, cambiano strada. Per evitarli, prendono le vie traverse, a occhi bassi, piegando la schiena. La novità prima li rende fieri, presto tristi. Sono soli, in comune. Lei, arguta com'è, s'accorge benissimo dell'odio ostile di quelli del castello, dell'odio panico di quelli del villaggio. Si sente tra due fuochi, in un tremendo isolamento. L'unico riparo è il signore, anzi il denaro che gli danno; ma per trovarlo, questo denaro, per torchiare la lentezza del contadino, vincere l'inerzia che oppone, per tirar fuori qualcosa anche a chi non ha niente, quante pressioni, quante minacce ci vogliono, quanta durezza. Il buonuomo non era fatto per questo. Lei lo guida, lo incalza, gli dice: "dovete essere duro; crudele, se occorre. Colpite. Se no mancherete i termini. E allora, siamo perduti". Questo la tortura di giorno. Piccolezze in confronto ai supplizi notturni. Ha come perso il sonno. Si alza, gira. Su e giù per la casa. Tutto è calmo; eppure, com'è diversa la casa. Ha perduto la sua dolcezza, non è più tranquilla, innocente. [...] Tutto questo non è naturale. Rabbrividisce e torna accanto al marito. "beato lui. Che sonno profondo. Per me, è finita, non dormo più; non dormirò mai più." ma alla lunga le forze le vengono meno. Quanto soffre allora! »
Inizia qui la fase dell’isolamento della donna e della coppia che sale socialmente, la gente che li invidia e li teme comincia poi a sospettare quale sia il vero prezzo ed il verso mezzo del loro successo e quando questo accadrà il folletto, lo spirito tanto “benevolo” sarà il padrone, lo schiavista della povera ingenua. Intanto però le cose sembra che vadano apparentemente bene, ora la donna è una signora, ma lo sarà per poco e intanto anche da signora soffre, resiste stoicamente e lo spirito della sua povera mente ignorante la tormenta in mille modi.
« Ecco cosa affligge le anime, per tutto il medioevo: un mare di questioni che noi chiameremmo vuote, puramente scolastiche, agitano, spaventano, torturano, si mutano in visioni, a volte in controversie diaboliche, in crudeli dialoghi interiori. Il demonio, per quanto negli indemoniati sia furioso, resta sempre uno spirito, finché dura l'impero romano, e ancora all'epoca di San Martino, nel V secolo.» [32] dice Michelet.
« All'invasione dei barbari, si barbarizza e prende corpo. così bene da divertirsi a rompere a sassate la campana del convento di San Benedetto. Sempre di più e con più forza danno corpo al diavolo, per spaventare i violenti invasori dei beni ecclesiastici; inculcano quest'idea, che lui tormenterà i peccatori, non soltanto da anima ad anima, ma nella carne loro del corpo, che patiranno supplizi materiali, non fiamme ideali, sentiranno per davvero quei dolori raffinati, dei carboni ardenti, della graticola o dello spiedo rovente. » [33], aggiunge poi Michelet, « finché era Dio a punire, a calare la sua mano, o a colpire con la spada dell'angelo (secondo la nobile forma antica), l'orrore era minore; la mano era severa, quella di un giudice, ma pur sempre di un padre. L'angelo colpendo restava senza macchia, specchiato come la sua spada. Cambia tutto quando all'esecuzione pensano demoni immondi. [...] E l'inferno che portano è una Sodoma spaventosa dove questi spiriti, più luridi dei peccatori che gli affidano, traggono dalle torture odiosi godimenti. È l'insegnamento delle ingenue sculture esposte alle porte delle chiese. Vi imparavano la schifosa lezione delle voluttà del dolore. Col pretesto dei supplizi, i diavoli soddisfano sulle loro vittime i desideri più vomitevoli. Concezione immorale (e profondamente colpevole), di una pretesa giustizia, che favorisce il peggiore, accresce la sua perversità, dandogli una vittima [...] Tempi crudeli. Che cielo nero e basso, lo sentite?, pesante sul capo dell'uomo. I poveri bambini, fin dalla prima età, riempiti di queste orrende idee, tremano nella culla. La vergine senza macchia, innocente, si sente dannata dal piacere che le infligge lo spirito. La donna, nel letto coniugale, martire dei suoi assalti, resiste, eppure ci sono momenti in cui se lo sente dentro. Orrore che conoscono quelli che hanno il verme solitario. Sentirsi una vita doppia, distinguere i movimenti del mostro, a volte agitato, a volte dolcemente molle, sinuoso, che agita ancora di più, da credere di stare in mezzo al mare. Allora, si corre impazziti, pieni di orrore di sé, si vuole scappare, morire.» [34]
La donna dell’esempio di Michelet è piena « della sua nuova fortuna. Non poggia più i piedi in terra. Grossa e bella, con tutto ciò, va per la via a testa alta, sdegnosa e spietata. La temono, odiano, l'ammirano. La nostra signora di paese dice, con lo sguardo e il portamento: "dovrei essere io la signora. Che ci fa quella lassù, la spudorata, la fiaccona, in mezzo a tutti quegli uomini, quando il marito è lontano?" la rivalità si stabilisce. Il villaggio, che la detesta, ne va fiero. "se la castellana è barona, costei è regina... Più che regina, non osano dire che...". Bellezza tremenda e fantastica, crudele d'orgoglio e di dolore. C'è il demonio, in persona, nei suoi occhi. » [35]
Certamente la povera famiglia che diventa ricca suscita nel Medioevo sospetto tra la gente. La situazione però sta per precipitare, la donna sta per diventare strega. Il mito sta per avere inizio.
« La notte dopo, non viene. Al mattino (è domenica), l'uomo è salito al castello. Torna stravolto. Il signore ha detto: "un ruscello che scorre goccia a goccia non fa girare il mulino. Tu mi porti uno scudo alla volta, non mi serve a niente. Partirò tra quindici giorni. Il re marcia sulla fiandra, ed io non ho neanche un cavallo da battaglia. Il mio zoppica, dopo il torneo. Arrangiati, ho bisogno di cento franchi". "ma, monsignore, come faccio?" "metti a sacco tutto il paese, se vuoi. Ti darò abbastanza uomini. Dì ai tuoi bifolchi che sono perduti se il denaro non arriva, e tu per primo, tu sei morto. Sono stufo di te. Hai un cuore di femmina; sei un pusillanime, un indolente. Creperai, la pagherai la tua debolezza, la tua vigliaccheria. Bada, basta un niente perché tu non scenda, perché io ti tenga qui. È domenica; che risate laggiù, se ti vedessero sgambettare, appeso ai miei merli." il poveraccio racconta tutto alla moglie, non ha speranze, si appresta a morire, raccomanda l'anima a dio. Lei, ugualmente terrorizzata, non può coricarsi né dormire. Che fare? Come rimpiange di aver respinto lo spirito! Se tornasse! Al mattino, il marito si alza, e lei crolla sfinita sul letto. Quando sente un peso, gravarle sul petto; ansima, pensa di soffocare. Il peso scende, le opprime il ventre, ed ecco che si sente, alle braccia, come due mani d'acciaio. » [36]
Avviene la prima metamorfosi della donna in strega, il passaggio dal Bene al Male, ma per cosa? Non si può certo parlare di un bene più grande, perché non esiste il Male per il Bene; anche se la signora parla di voler salvare il marito perché lo ama, la signora altri non è che quella sposina deflorata volgarmente con lo ius primae noctis, è lei che ora vuole la vendetta, vuole una giustizia che cova da tanto ma che non può avere senza un “valido intermediario”. La donna si reca da un ebreo per avere il denaro e così salvare il marito dalla rovina e così evita la caduta del marito e la propria, nel giro di un anno diventa più bella e più ricca, più signora della moglie del signore. Quando il signore torna e la moglie va a riceverlo, dopo un galante e cortese scambio di battute i due si avviano ad entrare in chiesa quando il nobile si accorge della sua serva che si è fatta signora e non la riconosce, la saluta riverente mentre invece la moglie la riconosce benissimo "eccola, eccola la vostra serva. È finita. Tutto è a rovescio. Gli asini insultano i cavalli." [37] dice la donna e un paggio fidato taglia la veste verde [38] della serva divenuta signora e la smaschera.
« La folla rimase interdetta. Ma capì quando vide tutta la casa del signore darle la caccia. Rapidi e spietati fischiavano, grandinavano i colpi di frusta. Fugge, ma non molto veloce; è già un po' pesante. Dopo appena venti passi, inciampa.la sua migliore amica le ha messo sulla strada una pietra per farla cadere. Ridono. Lei, a quattro zampe, grida. Ma i paggi spietati la tirano su a colpi di frusta. I nobili e graziosi levrieri danno una mano e mordono dove si sente di più. Arriva infine, sconvolta, in questo tremendo corteo, alla porta di casa. Chiusa. Con i piedi, con le mani, batte, grida: "amico mio. Presto, presto, apritemi". Era esposta là, come la povera civetta che si inchioda all'ingresso della fattoria [39]. E i colpi, in pieno, cadevano. Dentro, silenzio. Non c'era, il marito? Oppure, ricco e tremante, aveva paura della canea, del saccheggio della casa? Soffrì tante pene contro quella porta, botte, sonore frustate, che si accasciò, svenne. Sulla fredda pietra della soglia, si trovò seduta, nuda, mezza morta, a coprirsi la carne sanguinante quasi solo con le ciocche dei suoi lunghi capelli. Qualcuno del castello disse: "basta.
Non si vuole che muoia". La lasciano. Si nasconde. Ma vede in spirito il gran gala del castello. Il signore, un po' stordito, diceva: "mi dispiace". Il cappellano, dolcemente: "se questa donna è indiavolata, come si dice, monsignore, avete il dovere di fronte ai vostri bravi vassalli, a tutto il paese, di darla alla santa chiesa. » [40]
« [...] La preda sentì il cacciatore: qualche minuto ancora, e se la sarebbero portata via, l'avrebbero chiusa per sempre, imprigionata sotto la pietra. Si coprì di uno straccio che trovo nella stalla, mise le ali ai piedi, per così dire, e, prima di mezzanotte, fu già a qualche lega di distanza, lontano dalle strade, su una landa abbandonata, tutta e solo cardi e rovi. Era ai bordi di una foresta, dove, al chiarore di una ambigua luna, raccolse qualche ghianda, che inghiottì, come una bestia. Dei secoli erano passati dal giorno; una metamorfosi era avvenuta in lei. La bella, la regina di paese non c'era più; la sua anima mutata mutava anche il suo comportamento. Era come un cinghiale su queste ghiande, o come una scimmia, accovacciata. Rimuginava pensieri per niente umani, quando sente o crede di sentire un grido di civetta, poi una selvaggia risata. [...] Da dove viene? Non vede nulla. Si direbbe che esca da una vecchia quercia.» [41]
Lo spirito compare, si rivela e lei cede e lui le offre il mondo e soprattutto la vendetta. Traspare così anche quello che è il sentimento che si trascinò dal Medioevo fino alla Rivoluzione, almeno in Francia, la vendetta altro non rappresenta che la rivoluzione, la ribellione del popolo contro la nobiltà e contro il clero, la vendetta per tanti anni sotto il dominio, sotto la frusta crudele ed ingiusta del potere e dell’avidità. La donna soprattutto ha la sua vendetta contro lo ius primae noctis, contro le accuse di stregonerie che hanno bruciato tante vittime nei secoli del Medioevo. Il malessere nel Medioevo era tale da impedire perfino la ribellione, non era ancora maturo per scoppiare, per sconvolgere il mondo e soprattutto la mentalità del mondo. Il malessere del Medioevo però si manifestò in quei tempi a danno della creatura che più di tutte desiderava ardentemente vendicarsi: la donna, la strega.
« Gonfia da far spavento del vapore infernale, di fuoco e di furore, di (novità) un certo qual desiderio, fu per un
Momento enorme di questo eccesso di pienezza, e d'una bellezza orrenda. Si guardò intorno. E la natura era cambiata. Gli alberi avevano una lingua, raccontavano le cose passate. Le erbe erano dei semplici. Certi arbusti che ieri pestava come fieno, erano ora persone, e parlavano di medicina. Si svegliò l'indomani tranquilla e sicura, lontano, molto lontano dai suoi nemici. L'avevano cercata. Non avevano trovato che qualche lembo sparso della fatale veste verde. S'era buttata, disperata, nel torrente? Il demonio l'aveva rapita viva? Chissà. In ogni caso, dannata, non c'è dubbio. Che consolazione, per la signora, non averla trovata! L'avessero vista, l'avrebbero riconosciuta appena. Tanto era cambiata! Solo gli occhi restavano, non brillanti, ma armati di una stranissima luce, poco tranquillizzante. Lei stessa aveva paura di fare paura. Non li abbassava. Guardava di lato; nell'obliquità del raggio, ne ostacolava l'effetto. Di colpo scura, si sarebbe detto che fosse passata sulla fiamma. Ma chi osservava meglio avvertiva che questa fiamma era in lei, che possedeva un impuro e ardente fuoco. La freccia di fuoco che il diavolo le aveva passata da parte a parte le restava dentro e, sorta di lampo sinistro, gettava quel riflesso selvaggio, ma pericolosamente affascinante. Indietreggiavano, ma rimanevano, e i sensi erano scossi. Si vide sulla soglia d'uno di quei buchi trogloditici, come se ne trovano tanti in certe colline del centro e dell'ovest. Erano le contrade, allora selvagge, tra il paese di Merlino [42] e il paese di Melusina [43]. Lande a perdita d'occhio testimoniano Ancor oggi vecchie guerre ed eterne rovine, terrori, che impedivano al paese di ripopolarsi. Là il diavolo era a casa sua. La maggior parte dei rari abitanti gli era appassionatamente devota. Per quanto potessero attrarlo le aspre macchie di Lorena, la nera abetaia del giura, i deserti salati di Burgos, le sue preferenze andavano, credo, alle nostre contrade dell'ovest. Non c'era soltanto il pastore visionario, la congiunzione diabolica della capra e del capraio, ma una più profonda congiura con la natura, una conoscenza maggiore dei rimedi e dei veleni, rapporti misteriosi che non abbiamo saputo che legami avessero con Toledo la sapiente, l'università diabolica. » [44]
Avvenuta la metamorfosi tutti cercano la strega ma nessuno la trova per beffarla ancora. Essa si è spostata ed è andata dove sa che qualcuno verrà a lei per chiederle aiuto, perché ora lei ha il sapere. Il sapere medico.
Le piante delle streghe e i filtri
« Della loro medicina sappiamo soprattutto che si servivano molto, per gli scopi più diversi, per calmare e stimolare, una grande famiglia di piante, equivoche, pericolosissime, che resero i migliori servizi. Le si chiama a ragione: "consolanti" (Solanee) famiglia immensa e popolare, quasi tutte le sue specie si trovano in abbondanza, sotto i nostri piedi, nelle siepi, dappertutto. Famiglia tanto numerosa che uno solo dei suoi generi ha ottocento specie. Niente di più facile da trovare, niente di più comune. Ma queste piante sono, quasi tutte, molto pericolose da usare. C'è voluta dell'audacia per precisarne le dosi, l'audacia forse del genio. Saliamo dal basso la scala delle loro energie. Le prime sono semplici ortaggi, buoni da mangiare (le melanzane [45], i pomodori [46], detti a torto pomi d'amore). Altre sono la calma e la dolcezza in persona, i verbaschi [47] (Tasso barbasso), utilissimi nei cataplasmi. In cima trovate una pianta già sospetta, che in molti credevano un veleno, mielata prima, amara dopo, che sembra abbia in bocca le parole di Gionata: "ho mangiato un po' di miele, ed ecco perché muoio". Ma questa morte è utile, è il morire del dolore. La dulcamara [48], è il suo nome, deve essere stata il primo tentativo dell'audace omeopatia [49], che a poco a poco salì ai veleni più pericolosi [50]. La leggera irritazione, i pruriti che causa poterono promuoverla a rimedio delle malattie dominanti a quei tempi, quelle della pelle. La ragazza graziosa, desolata di vedersi coperta da odiose macchie rosse, foruncoli e croste purulente, andava a invocare soccorso. Per la donna l'anomalia era ancora più crudele. Il seno, l'oggetto più delicato di tutta la natura, con i suoi vasi che gli formano sotto un fiore senza rivali, per la facilità ad ingorgarsi, ad inquinarsi, è il più perfetto strumento di dolore. Dolori atroci e spietati, continui. Avrebbe accettato con tutto il cuore qualsiasi veleno. Non la tirava in lungo con la strega, le metteva in mano la povera mammella pesante. Dalla dulcamara, troppo debole, si passava alle morelle nere, un po' più attive. Calmavano per qualche giorno. Poi la donna tornava a piangere: "va bene, torna stasera. Ti cercherò qualcosa. Lo vuoi tu. È un grande veleno". La strega rischiava molto. Nessuno allora pensava che, applicati esternamente, o presi a piccolissime dosi, i veleni sono dei farmaci [51]. »
« Le piante confuse in un fascio sotto il nome di "erbe delle streghe [52]" passavano per portatrici di morte. Gliele avessero trovate addosso, sarebbe passata per avvelenatrice, o fattrice di filtri maledetti. Una massa cieca, tanto più crudele quanto più impaurita, poteva, un mattino, ammazzarla a sassate, farle subire la prova dell'acqua (l'affogamento [53]). Oppure, molto peggio, poteva trascinarla, corda al collo, sul sagrato della chiesa, che avrebbe fatta una santa festa, avrebbe edificato il popolo gettandola nel rogo. Eppure rischia, va in cerca della terribile pianta; di sera, al mattino, quando ha meno paura d'essere vista.» [54]
Eppure qualcuno invece la vede e lo va dire agli altri « Ha preso un'erba schifosa, la più brutta che abbia mai visto, d'un giallognolo malaticcio, con delle righe rosse e nere, come dicono delle fiamme dell'inferno. La cosa orribile è che tutto il gambo era pieno di peli, come un uomo, lunghi peli neri appiccicosi. L'ha strappata violentemente, grugniva, e di colpo non l'ho vista più. Non ha potuto correre tanto veloce; si sarà alzata in volo. [...]". Certo la pianta fa paura. È il giusquiamo [55], crudele e pericoloso veleno, ma potente emolliente, amabile cataplasma, sedativo che scioglie, distende, addormenta il dolore, spesso guarisce. Un altro di questi veleni, la "belladonna", chiamata così, senza dubbio, per gratitudine, era potente nel calmare gli spasmi che a volte prendono durante il parto, e aggiungono pericolo al pericolo, terrore al terrore di questo momento supremo. Ecco! Una mano materna insinuava questo caro veleno, addormentava la madre e oliava la porta sacra. Il bambino, proprio come oggi che usiamo il cloroformio, operava da solo la sua libertà, si gettava nella vita. » [56]
È allora evidente come la donna o la strega fossero il solo rimedio per le altre donne, perché in quanto donna la strega capiva ogni cosa, ogni animo, ogni male e sapeva come guarire e le sole medicine di cui si poteva servire erano appunto le piante. Le streghe non sarebbero esistite in quanto tali se avessero solo fatto del bene, Michelet si riserva di parlare anche del male che fecero. Dice Michelet, « se fece spesso bene, poté fare molto male. Non c'è grande potere che non abusi. E lei ebbe tre secoli di vero e proprio regno, nell'intervallo tra due mondi, l'antico che moriva e il nuovo che stentava a nascere. » [57]
La strega del Medioevo è colei che « guarisce, predice, prevede, evoca le anime dei morti, che può gettarvi un malocchio, trasformarvi in lepre, in lupo, farvi trovare un tesoro e, molto di più, farvi amare. Spaventoso potere che riunisce tutti gli altri. Un'anima violenta, quasi sempre esasperata, a volte molto incattivita, non se ne sarebbe
Servita per l'odio e la vendetta, e a volte per un piacere di malizia, o impuro? Tutto quello che prima dicevano al confessore, ora lo dicono a lei. Non soltanto i peccati che hanno compiuto, ma quelli che vogliono compiere. Lei tiene in pugno ciascuno col suo segreto vergognoso, la confessione dei desideri più abietti. Le confidano i mali fisici e dell'anima nello stesso tempo, le bramosie ardenti di un sangue amaro e in fiamme, voglie incalzanti, furiose, aculei sottili che pungono ostinati. Tutti ci vanno. Non si vergognano con lei. Le parlano chiaro e tondo.
Chi chiede la vita, chi chiede la morte, rimedi, veleni. Ci va la ragazza in lacrime, cercando un aborto. Ci va la matrigna (tipica del medioevo), dicendo che il figlio del primo letto mangia molto e vive a lungo. Ci va la povera sposa, tutti gli anni carica di figli, che nascono solo per morire. Ne implora la compassione, impara a gelare il piacere, sul momento, renderlo sterile. Un giovane invece pagherebbe qualunque prezzo per la pozione ardente capace di mettere sossopra il cuore d'una signora altolocata, farle dimenticare la distanza per guardare il suo paggetto. » [58]
« È tipico del medioevo mettere sempre di fronte il molto alto e il molto basso. Quello che i poemi nascondono,
Possiamo vederlo bene altrove. A queste passioni leggere come l'aria si mescolano con tutta evidenza molte volgarità. Tutto quello che sappiamo delle magie e dei filtri usati dalle streghe è parecchio frutto di fantasia, e, sembra, spesso malizioso, misture audaci di elementi che, giureremmo, sono i meno adatti a risvegliare l'amore [59]. Si spinsero anche molto in là, senza che lui se ne accorgesse, il cieco, che lo rendevano un loro giocattolo.
Questi filtri erano di vario tipo. Parecchi eccitanti [60], dovevano turbare i sensi, come gli stimolanti che gli orientali adoperano in gran quantità. Altri erano pericolose (e spesso perfide) pozioni di illusione, capaci di perdere la persona senza più volontà. Alcuni infine furono esperimenti che sfidavano la passione, per vedere sino a che punto il desiderio avido potesse smuovere i sensi, spingerli ad accettare come favore supremo e comunione le cose meno gradevoli provenienti dall'oggetto amato. »
Altre magie
Altre magie che facevano le streghe erano di varia natura, in realtà esse erano perfettamente consce del grande inganno a caro prezzo cui si sottoponevano coloro che chiedevano il loro aiuto. Anche la signora che aveva cacciato la serva superba tornò da lei, dalla serva, dalla strega per chiederle di riaccendere l’amore ed ecco che viene usata la focaccia magica, descritta anche nel mondo classico. Altri oggetti erano di varia natura, per lo più legati alla persona cui erano destinati, avevano un valore affettivo, dovevano averlo per essere efficaci nelle magie varie. Di fatto però, come già detto, si tratta di una grande truffa, un grande inganno, la vendetta più tremenda che alcune pagarono a prezzo della vita, altre riuscirono a scampare mentre sul rogo bruciavano delle innocenti.
La strega nelle fiabe
Nelle fiabe la strega ha avuto un trionfo perché è il migliore dei simboli del Male, è il capro a cui ci si può ampiamente sbizzarrire a darle tutte le colpe possibili, è la nemica da cui guardarsi, è il Male in tutte le forme seducenti in cui si può proporre.
Conclusioni
Si può concludere dicendo che la strega fu un mito in buona parte che non davvero un pericolo reale e sicuramente l’invenzione di questa figura contribuì molto a peggiorare la mentalità dei secoli del Medioevo e la sua ombra rimane anche oggi nelle leggende e nelle fiabe. Questo forse è stato il unico, vero e più grande incantesimo.
Note
[1] Jules Michelet, è stato uno storico francese vissuto tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo.
[2] Jules Michelet, La Strega, pp. 2
[3] Il nome comune con cui è conosciuta la specie Atropa belladonna, appunto Belladonna, è probabilmente di origini medievali. La strega per essere tale non doveva mancare mai della bellezza, anche se il mito la vuole brutta e cattiva, perché la bellezza era il vero filtro con cui essa stregava la gente, il filtro della seduzione, il lasciapassare per tutto. Come dice lo stesso Michelet, le si dava il nome che si dava alle fate, le creature mitologiche dai poteri sovrannaturali, le fate che popolano le fiabe e le storie e le saghe medievali. La fata in realtà è più una figura mitologica pagana, celtica, vista come una donna di straordinaria bellezza o fascino e che non invecchia mai. Il riferimento è più che mai vivo nelle prime narrazioni sul ciclo arturiano
[4] Il nome dell’ordine di cui fanno parte le specie della famiglia delle Solanacee, infatti dal latino il nome della famiglia botanica significa proprio “consolante” per via degli effetti calmanti e spesso anche allucinogeni e quindi consolanti dovuti ai principi attivi contenuti nelle piante.
[5] Jules Michelet, La strega, pp. 3
[6] J. Michelet, La strega, pp. 3
[7] Una nebbia infinita, una fitta nebbia grigio piombo, ha avvolto da allora questo mondo. per quanto tempo, per l'amor di Dio? per mille lunghissimi terribili anni. per dieci secoli interi, un languore ignoto a tutte le epoche precedenti ha attanagliato il Medioevo, anche in parte gli ultimi tempi, in uno stato a metà tra la veglia e il sonno, sotto il dominio di un fenomeno desolante, intollerabile, lo spasmo da noia, lo sbadiglio. [...] La noia certa di domani fa sbadigliare sin da oggi, e la prospettiva dei giorni, degli anni di noia che verranno, pesa già da ora, sottrae gusto alla vita. Secondo Michelet, oltre all’ignoranza a creare la strega fu anche la Noia e quale mezzo migliore di una strega per distrarre il popolo in un’epoca così noiosa e così violenta? (J. Michelet, La strega, pp. 22-23)
[8] J. Michelet, La strega, pp. 4
[9] J. Michelet, La strega, pp. 4
[10] Jacques Bénigne Bossuet, (Digione, 27 settembre 1627 – Parigi, 12 aprile 1704) è stato uno scrittore, vescovo cattolico, teologo e predicatore francese.
[11] La dura critica di Michelet a Bossuet è propria di un illuminista. L’illuminismo, periodo conosciuto come il Secolo dei Lumi (XVIII secolo), l'Europa fu testimone di notevoli cambiamenti socio-culturali caratterizzati, fra l'altro, da un esame critico della religione e delle strutture del potere dispotico. Le dottrine religiose istituzionalizzate vennero contrastate con l'esaltazione di quei valori da esse non riconosciuti; il laicismo, con i suoi principi razionalistici, libertari e gnoseologici, concorse a determinare quell'ottica illuministica che tende alla progressiva emancipazione dell'uomo dalle tenebre ideologiche in cui sarebbe stato costretto dai dogmi della fede, dal dispotismo e dai criteri assiologici di classe. I principi assolutistici, in maniera perfettamente analoga, iniziarono finalmente ad essere messi in discussione. Non bisogna per questo pensare che l'illuminismo fosse fondamentalmente anti-monarchico o anti-religioso (basti pensare a Voltaire), anzi esso attinse molto sia dal mondo aristocratico che da quello cattolico. Molti illuministi, rifiutando la metafisica, cercarono la conferma di una visione naturalistica e laica (ma non necessariamente atea: piuttosto diffuso fu invece il deismo, ovvero una credenza religiosa completamente razionalizzata, caratterizzata dalla credenza nell'Essere Supremo, chiamato anche Grande Architetto dell'Universo) della realtà, propugnarono la tolleranza e polemizzarono contro le superstizioni e i pregiudizi. Sulla base di questi presupposti, non pochi autori e intellettuali teorizzarono un anticlericalismo e un attacco alla Chiesa, soprattutto quella cattolica, che, in non pochi casi, come ad es. con Voltaire, assunse contenuti e toni molto efficaci e potenti, in particolare per la polemica contro il dogmatismo e il fanatismo, proprio di tutte le religioni positive. L'illuminismo fu portavoce del moderno spirito scientifico, che rifiutando la concezione medioevale della realtà rivendicò la fiducia nell'osservazione diretta dei fenomeni e nell'uso autonomo della ragione.
[12] J. Michelet, La strega, pp. 4 - 5
[13] Concupiscenza: La concupiscenza è un termine che possiede diverse sfumature a seconda degli ambiti in cui viene utilizzato. Un primo significato è quello che indica la condizione umana di brama, desiderio, rivolta in particolare ai piaceri sessuali. Nella teologia cattolica è definita concupiscenza la brama di possesso e la debolezza intrinseca della natura umana che porta l'uomo a commettere il peccato, di qualunque natura esso sia. Essa non è considerato un peccato quanto un'inclinazione verso il male, ed è considerata uno dei segni del peccato originale. Nel protestantesimo essa costituisce addirittura il peccato originale stesso, per cui l'uomo è già "condannato" alla nascita.
[14] J. Michelet, La strega, pp. 5 - 6
[15] J. Michelet, La strega, pp. 6
[16] J. Michelet, La strega, pp. 6
[17] Non si pensi che le donne nel Medioevo fossero tutte brutte e vecchie, sformate. Si era belli e brutti come oggi a seconda del canone di bellezza adottato.
[18] J. Michelet, La strega, pp. 27-28
[19] J. Michelet, La strega, pp. 28
[20] Si tratta della radice della Mandragora
[21] Il ciclo, veniva chiamato così in epoca medievale
[22] J. Michelet, La strega, questa frase viene riportata in diversi punti della prima parte. Pan era il Dio dei boschi e della terra nelle religioni celtica e nordica oltre che nelle relative mitologie.
[23] J. Michelet, La strega, pp. 38
[24] J. Michelet, La strega, pp. 39-40
[25] Spesso fuori dalle chiese più antiche, quelle specie in stile gotico e romanico come duomi e cattedrali è possibile osservare spesso nei bassorilievi di marmo le figure tratte dall’Apocalisse e quindi non è difficile vedere dei mostri e dei draghi. Spesso vengono anche riprese delle figure mitologiche o della creazione (Genesi) con la cacciata dal paradiso di Adamo ed Eva (come nel Duomo di Modena o in quello di Milano).
[26] J. Michelet, La strega, pp. 40
[27] J. Michelet, La strega, pp. 41
[28] J. Michelet, La strega, pp. 41
[29] J. Michelet, La strega, pp. 41, questo passo riprende come nell’immaginario popolare, secondo Michelet, ebbe inizio il rapporto tra la donna e lo spirito del focolare, poi il diavolo.
[30] Lo spirito dei tesori nascosti ancora evidenzia come in realtà l’Europa nascente ancora non aveva preso coscienza della religione cui si era convertita, spesso Dio viene visto alla pari di altri dèi e divinità e si crede ancora ai folletti e alle cose magiche e sovrannaturali. Fu probabilmente anche questa mancanza di convinzione e di fede nelle epoche del Medioevo a portare al fanatismo da un lato e alla superstizione e alla creazione di uno spauracchio, la strega, dall’altro.
[31] J. Michelet, La strega, pp. 43
[32] J. Michelet, La strega, pp. 45
[33] J. Michelet, La strega, pp. 45-46
[34] J. Michelet, La strega, pp. 46
[35] J. Michelet, La strega, pp. 47
[36] J. Michelet, La strega, pp. 48. In questo passo avviene il cedimento da parte della donna, sempre però, secondo l’immaginario popolare che Michelet riprende quasi scrivendo una sorta di romanzo, riproponendo in forma quasi romanzata il rapporto tra la donna e lo spirito del focolare, il diavolo quando ormai la disperazione e la debolezza sono al culmine.
[37] J. Michelet, La strega, pp. 50
[38] È la veste che indossa la donna che poi diventa la strega nell’immaginario medievale, in realtà si tratta di una veste vecchia, incantata e stregata, maledetta dal diavolo che avrebbe consentito alla donna di diventare sempre più potente. Il verde è un colore simbolico, era un colore importante nella religione celtica associato spesso al dio Pan, che successivamente verrà ripreso e cambiato dalla religione cristiana, come accadde anche a Cerunno o Cernunno o dio Cervo. Si tratta di un colore legato alla terra.
[39] Era un’usanza barbara sulle civette che veniva applicata nei secoli del Medioevo per tenere lontani i rapaci che si consideravano portatori di sfortuna e di Male. le civette venivano catturate e letteralmente crocifisse alle porte dei granai.
[40] J. Michelet, La strega, pp. 51. È il grande e crudele oltraggio che troviamo in uso a quei tempi. è nelle leggi gallesi e anglosassoni, la pena dell'impudicizia. Più tardi lo stesso affronto viene indegnamente inflitto alle donne oneste, alle borghesi già orgogliose, che la nobiltà vuole umiliare. sappiamo dell'agguato in cui il tiranno Hagenbach fece cadere le signore onorate dell'alta borghesia alsaziana, probabilmente per mettere in ridicolo la loro ricca e regale tenuta, tutta di seta ed oro.
[41] J. Michelet, La strega, pp. 55
[42] La Britannia
[43] Melusina, si tratta di una figura mitologica e la sua leggenda fu diffusa per tutto il medioevo
[44] J. Michelet, La strega, pp. 56-57. In questo passo viene descritta la vera e propria metamorfosi completa della strega, la sua confermazione nel Male, sempre secondo l’immaginario popolare, non va dimenticato che Michelet descrive le cose come se stesse scrivendo un romando ambientato nel Medioevo.
[45] La melanzana, Solanum melongena, è una pianta appartenente alla famiglia delle Solanaceae, coltivata per il frutto commestibile. La melanzana è originaria dell'India ma già durante la preistoria era coltivata in Cina e in altri paesi dell'Asia centrale. In Europa però sembra che non fosse conosciuta fino a circa 1500 anni fa: la diffusione in Europa di nomi derivati dall'arabo e la mancanza di nomi antichi latini e greci indicano che fu portata nell'area mediterranea dagli arabi agli inizi del Medioevo. In Europa, la prima regione che ha conosciuto la melanzana pare sia stata l'Andalusia, nel sud della Spagna. In Italia la melanzana viene cucinata a partire dal Quattrocento.
[46] Il pomodoro, Solanum lycopersicum, della famiglia delle Solanacee. Il pomodoro però giunse in Europa solo dopo il 1492 e quindi è improbabile che venisse usato nel Medioevo. Dal momento che l’autore dice che a torto viene chiamato pomo d’amore è possibile che alludesse ad un’altra specie vegetale. Potrebbe trattarsi della melanzana rossa, detta anche melanzana purpurea per via del colore viola-rosso scuro. La melanzana rossa (Solanum aethiopicum L.) è una pianta d'aspetto simile alla melanzana per portamento ma il suo frutto arrotondato si colora di rosso intenso come un pomodoro (Solanum lycopersicum L.), tanto da essere scambiata per quest'ultimo.
[47] Verbasco: il Verbascum è un genere di piante della famiglia Scrophulariaceae. Originario dell'Europa e dell'Asia, è presente con alcune specie anche in Italia. Venivano utilizzati i fiori come rimedio per alcune affezioni polmonari, come sedativo e diuretico. Il fusto tra le varie sostanze contiene delle saponine, altamente tossiche e ad azione emetica. I fiori invece contengono alcaloidi simili a quelli del Papavero.
[48] Dulcamara, Solanum dulcamara, della famiglia delle Solanacee è anche nota come Morella selvatica, è una pianta velenosa. Specie simili sono il Solanum luteum (Morella rossa), e il Solanum nigrum (Morella comune). Il nome specifico (dulcamara) significa letteralmente “dolce-amaro” ed è dato dal sapore di alcune parti di questa pianta (i giovani rametti appena germogliati messi in bocca dapprima sono amari e poi dolci). Per quanto riguarda le sostanze presenti, molte parti della pianta (le foglie e i frutti in particolare) contengono dei glucoalcaloidi tossici (solanina, solaceina e altri) usati in farmacia; saponine steroiche e acidi (dulcamarico e altri). Se scissi in modo idrolitico producono zucchero e solanidina. La parte più velenosa sono le bacche (specialmente immature) che se ingerite possono causare vomiti, diminuzione della frequenza del respiro e alla fine anche morte per paralisi respiratoria. La solanina in particolare è una sostanza narcotizzante che colpisce il sistema nervoso centrale. Le proprietà curative sono molte e conosciute fin da tempi immemorabili. Le più importanti sono: sudorifera (agevola la traspirazione e favorisce la sudorazione), depurativa del sangue (facilita lo smaltimento delle impurità), ma ha anche una leggera azioni ipnotica e anafrodisiaca; è valida anche contro la tosse insistente.
[49] L’omeopatia è un controverso metodo terapeutico i cui principi sono stati formulati dal medico tedesco Samuel Hahnemann verso la fine del XVIII secolo, e quindi era già esistente questo metodo ai tempi di Michelet. Alla base dell'omeopatia è il cosiddetto principio di similitudine del farmaco (similia similibus curantur ossia il simile cura il simile) enunciato dallo stesso Hahnemann e per il quale il rimedio appropriato per una determinata malattia è dato da quella sostanza che, in una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nella malata. La sostanza, detta anche principio omeopatico, una volta individuata, viene somministrata al malato in una quantità fortemente diluita, definita dagli omeopati potenza. L'opinione degli omeopati è che diluizioni maggiori della stessa sostanza non provochino una riduzione dell'effetto farmacologico bensì un suo potenziamento. Le critiche all'omeopatia vertono sostanzialmente su due punti: la sua debolezza teorica (cioè l'incompatibilità dei suoi postulati con le odierne conoscenze chimiche e la mancanza di un meccanismo plausibile che ne possa spiegare il funzionamento), e la mancanza di prove sperimentali univoche della sua efficacia terapeutica. Per questi motivi l'omeopatia viene considerata una pseudoscienza, anche se è la sola a potersi definire come medicina alternativa.
[50] Tra le specie botaniche impiegate in omeopatia ci sono anche specie velenosissime come l’Aconito napello (Aconitum napellus, Ranuncolaceae)
[51] Questa frase di Michelet è la prova più vera del cambiamento che ci fu, rispetto al Medioevo, durante l’Illuminismo, quando anche le scienze e le materie mediche fecero notevolissimi progressi.
[52] Si tratta delle Erbe di San Giovanni, note con questo nome anche per il periodo del tempo balsamico, ossia la loro raccolta che avviene appunto tra il 24 ed il 25 giugno, appunto per San Giovanni.
[53] Si tratta di una prova a cui venivano sottoposti coloro che erano accusati di stregoneria. L’imputato veniva legato e impossibilitato a liberarsi e gettato con un masso legato, in un pozzo d’acqua, se fosse morto era innocente.
[54] J. Michelet, La strega, pp. 73
[55] Il giusquiamo nero (Hyoscyamus niger) è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Solanacee. Il fiore giallo, alcune volte reticolato, lo rende inconfondibile. Le foglie sono spesse e pelose. Spontanea in Europa, questa specie risulta resistente ai climi freddi ma si trova anche nelle vicinanze del mare. Contiene principi attivi simili alla belladonna, quali la scopolamina e l'atropina. Dalla pianta viene anche estratta la losciamina, principio attivo usato in medicina come anticolinergico.
[56] J. Michelet, La strega, pp. 74
[57] J. Michelet, La strega, pp. 77
[58] J. Michelet, La strega, pp. 77-78
[59] Molte piante spesso note come afrodisiache sono nella maggior parte dei casi piante allucinogene e tossiche. L’effetto afrodisiaco ricercato era in realtà l’estasi dell’allucinazione, della trance che ne ricavava chi assumeva una determinata pianta o un miscuglio o il filtro. Tante volte non ci si svegliava dopo l’estasi dell’amore, perché si era morti avvelenati. In taluni casi si possono paragonare queste piante a delle vere e proprie droghe nel senso moderno del termine, dal momento che contengono comunque sostanze capaci di provocare la dipendenza psico-fisica di chi le assume.
[60] Vedi voce 59
Fonti bibliografiche
- Erbario – Wikipedia (ITA)
- Michelet, Jules – Wikipedia (ITA)
- Bossuet – Wikipedia (ITA)
- Illuminismo – Wikipedia (ITA), per meglio capire le idee di Michelet
- Concupiscenza – Wikipedia (ITA)
- Solanum melongena (melanzana) – Wikipedia (ITA)
- Solanum ycopersicum (pomodoro) – Wikipedia (ITA)
- Tasso barbasso (Verbascum) – Wikipedia (ITA)
- Dulcamara – Wikipedia (ITA)
- Omeopatia – Wikipedia (ITA)
- Hyoscyamus niger – Wikipedia (ITA)
- La strega, J. Michelet, Librairie de L. Hachette et C.ie, Paris, 1862
Spine contro la Violenza e la discriminazione sulle donne. Fai crescere anche tu la tua spina contro la violenza!
Fai click sull’immagine qui sopra per aprire il link alla pagina dedicata all’iniziativa contro la violenza e la discriminazione delle donne. Il tuo click ti rimanderà ad una pagina del Windows live spaces di Vivere il Medioevo dove potrai scaricare la cartolina contenente un messaggio contro la violenza. Il tuo click sul link è simbolico, sarà come raccogliere uno di questi fiori (Carlina acaulis) e piantarlo in un terreno fertile. Ogni fiore rappresenta una donna che subisce maltrattamenti e discriminazioni, tu raccogliendolo farai sì che questo fiore non sia solo, darai importanza al valore e al principio della solidarietà. Tanti fiori insieme rappresentano la forza di tante donne che non sono sole. Il fiore della Carlina acaulis è stato scelto perchè diversamente da una rosa richiede molto tatto e soprattutto molto rispetto nel raccoglierlo e molto coraggio in quanto si tratta di un bellissimo fiore, dal profumo delicato, che cresce però nei luoghi rocciosi (pendii rocciosi) ed è per altro pieno di spine. Queste spine rappresentano la forza di reagire della donna, la forza di difendersi, la forza di dire basta alla violenza ed alla discriminazione, così le spine di tanti di questi fiori rappresenteranno la forza di tante donne contro il fenomeno della violenza. Questo messaggio è rivolto ad ogni donna, perchè essere libera di essere donna è un diritto di ogni donna, violenze e discriminazioni durano da troppo tempo.
Ogni anno sono decine di migliaia le donne vittime di discriminazioni e soprattutto violenza di ogni tipo, solo meno di 10.000 all’anno hanno il coraggio di gettare le spine e dire basta, denunciare e tornare finalmente ad essere libere. La violenza non è solo quella fisica, non ci sono solo le minacce, anche la violenza psicologica è un fenomeno barbaro che va fermato e non sono solo i maschi i colpevoli che si macchiano di questo crimine, più frequentemente di quanto si creda anche delle donne fanno della violenza su altre donne, con insulti, minacce, dispetti, denigrazione e anche violenza fisica. Non si tratta di fermare un fenomeno che ha la maschera della rivalità, si tratta di fermare un fenomeno che si mostra alle vittime con la faccia di persone senza scrupoli, di ogni ceto, di entrambi i sessi, di ogni età ed è ora di dire basta! Non è una battaglia donne contro maschi o donne contro donne, è una battaglia contro la violenza!
Una volta scaricata la cartolina (salva immagine) inviala a tutte le donne che conosci per diffondere il messaggio. Non si tratta di una catena di Sant’Antonio, ma di un appello da diffondere per dire “basta alla violenza sulle donne”. Il contributo di un click simbolico può sembrare poco, sembra una voce che grida da sola, ma tante voci possono formare un coro che se avesse la forza di gridare sempre saprebbe farsi sentire e darebbe i suoi frutti come farebbe il vento quando passando su un fiore, raccoglie il polline e lo porta altrove dove nasceranno altri fiori. L’indifferenza è un deserto sterile, ma questo deserto può essere spazzato via e trasformato in qualcosa di fertile e duraturo se il vento della voce contro la violenza soffiasse sempre!
Copia questo testo e incollalo nella mail che manderai alle tue amiche, conoscenti, a tutte le donne che conosci e anche ai tuoi amici.
Vivere il Medioevo blogs
NELLA TUA DOMANDA DOVRA' ESSERE CONTENUTO SE LO DESIDERI, IL CONSENSO ALLA PUBBLICAZIONE DELLA DOMANDA E DELLA RISPOSTA!
Se mancherà il consenso, la tua domanda non verrà pubblicata e nemmeno la risposta.Nel rispetto della norma sulla Privacy non pubblichiamo l'indirizzo mail che ci hai dato.
Qui di sotto è riportato un esempio della pubblicazione
Domanda:XXXXXXX
di Nickname
Il Medievalista rispondeYYYYYYY
